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"It is fantastic and I can't believe it. It still hasn't sunk into my system yet" - Stefan Edberg straight after winning his first Wimbledon title. Read the article

Il legionario in finale

Un articolo da: La Repubblica
di Gianni Clerici

OPEN AUSTRALIA. Lendl ha sopportato i 43 gradi, Edberg no. Ora Becker

MELBOURNE.
I freudiani e i tatticisti non saranno d'accordo, nel sentirmi affermare che Edberg ha perduto per un cappello. Cappello, ripeto, con due p, e non capello, come potrebbe credere qualcuno che ha visto in Tv Stefanello sciupare con una disastrosa volè di rovescio il primo di due match-point, a 5-4 nel quarto set, e addirittura perpetrare doppio errore sul secondo.

Il sole australe, infatti, diventa protagonista del tennis, se le sue insidie non sono giustamente valutate, e la difesa più ovvia approntata, con una visita alle numerosissime bancarelle lungo la spiaggia di Santa Kilda.

In questi luoghi sono in bella vista cappelli Akubra, di larga falda, oppure molte varietà di paglia, e anche berrettini da baseball a tesa lunga o da cricket a visiera breve. Non mancano, soprattutto, quelli di cotonina leggera, tipo legione straniera, con un piccolo manto posteriore che scende a coprire il collo di chi li indossi. Di uno di questi modelli da legionario, molto simile a quello storico di Jean Gabin in "La bandiera", si era adornato Ivan Lendl, dopo aver corso il rischio di un ricovero per insolazione due anni or sono, in una fumante semifinale contro Thomas Muster.

Fino a quel giorno, Lendl, come tutti gli europei, aveva disatteso la parola d'ordine dei campioni australiani del passato, dal mitico Norman Brooks a Rod Laver. Questi aborigeni bianchi non mettevano il naso sul campo se non erano difesi da un berretticcio, spesso foderato all'interno da una foglia di cavolfiore.

Giocando un'esibizione nel club del suo coach Tony Roche, a Port Stephens, Lendl si era imbattuto nel modello "La bandiera", e, da quel giorno, non ha più perduto un incontro in Australia. Egocentrico come tutti i campioni, prima di ricoprirsi il capino Lendl aveva negato l'utilità del cappello.

Lo stesso avrebbe fatto oggi Stefanello, senza peraltro riuscire a spiegarmi cosa mai gli sia successo, quando d'improvviso ha preso a scentrare la palla, proprio lui che ha una manina benedetta. Un intimo del campione svedese suggerisce che la scelta incosciente di andare in giro scoperto sia strettamente legata al culto che Edberg dedica ai suoi boccoli d'oro, sempre ravvivati, ben curati, anche nelle fasi più concitate del gioco.

Il coach Tony Pickard nega invece che il cervelletto del suo assistito fumasse. Forti di questa autorevole affermazione, i freudiani ritengono che, giunto al match point, Stefan abbia rivissuto il trauma dell'anno passato, di quando, in vantaggio contro Lendl per un set, 6-5 nel secondo e servizio, si smagliò lo psoas, e fu poi costretto a ritirarsi.

Quanto ai tatticisti, osservano che già nel primo set Edberg aveva mostrato di non essere nella sua migliore giornata, e che l'atteggiamento attendista di un Lendl mediocre lo aveva aiutato a centrarsi, e a passare in vantaggio.

Sono queste eccellenti teorie, che tuttavia non riescono a spiegarci come, ormai vicino al traguardo, il povero Stefan si sia totalmente smarrito, abbia iniziato a scheggiare la palla, e non si sia più ripreso sino alla fine, mentre Lendl certo cresceva, soprattutto rispetto allo smarrimento del biondo.

Ivan aveva cominciato molto aggressivo, ben dentro il campo, addirittura con qualche discesina a rete ma, vinto il primo, la sua riluttanza a volleare aveva dato tempo a Stefan di raccattarsi, trovare il ritmo dal fondo, scegliere approcci sempre più disinvolti.

Nel nono game del quarto due errori e un passante di Edberg costringevano Lendl a subire il break, e a buttare una palla altissima in cielo, causa di ammonizione dall'arbitro Littlefield. Stefanello avrebbe poi annullato due palle-break, si sarebbe issato a due match point, mancando il primo con un'atroce volè di rovescio, a campo spalancato e il secondo con un osceno doppio errore.

Da quell'istante, Stefan avrebbe sbandato, dapprima nel tiebreak, infine in un quinto set in cui pareva che alzare gli occhi al cielo gli fosse sufficiente per doppiofallare. C'erano 43 gradi sulla graticola verde, e mi pare che questo spieghi molto.

Il legionario in finale