English Arabic Chinese (Traditional) French German Italian Japanese Portuguese Russian Spanish Swedish
"I think he should adopt a more attacking game strategy because now everybody knows how he plays and everyone wants to beat him. If he goes 5 times out of 10 to the net, it will destabilize his opponent" - Stefan Edberg about how Roger Federer should play against Rafael Nadal. Read the interview

Povero Mecir. Che pena

Un articolo da: La Repubblica
di Gianni Clerici

Afflitto da una discopatia, cede ad Edberg. Allarme per una bomba che non c' era

LONDRA. Era quasi sera, e moltissimi onorevoli colleghi stavano chini sui loro compiti, quando mi sono ritrovato nella tribuna stampa semideserta a guardare Mecir. Soltanto due anni fa, sullo stesso Centre Court, Gattone aveva condotto due set a zero ipnotizzando Stefan Edberg sino a renderlo impotente, retrocederlo al ruolo di volonteroso garzone, tutto serve and volley.

Soltanto due anni fa, Mecir era bellamente scoppiato nel terzo, per riprendersi con un 3-1 al quinto, e inabissarsi poi definitivamente. Già allora, Miloslav Mecir aveva qualcosa che non funzionava nella terza quarta e quinta lombare, i perni di un tennista. Già allora era arrivato a Wimbledon con due sole settimane di allenamento in piscina, che gli avevano consentito una delle sue incantevoli affermazioni bertoldesche: "Così ho i muscoli più sciolti".

Proprio quella mancanza di allenamento lo aveva, secondo me, privato della finale in un match in cui Edberg aveva avuto due soli meriti: non vergognarsi troppo, e tener duro. Perduta quell' incredibile partita, Gattone si era tanto ripreso da avventurarsi a Seul, a vincervi la medaglia d' oro olimpica, battendo proprio Edberg in semifinale.

L'avevo incontrato, come sempre sorridente, allo stadio di atletica, e mi era parso ottimista, mi aveva anticipato un buon 1989. Avrebbe infatti raggiunto la finale dell'Australian Open ma, da quel giorno, erano iniziati i fastidi.

A fine d'anno, il grande Gatto era ormai diciottesimo del mondo, e ci domandavamo tutti se vivesse di rendita, ormai appagato, oppure se le maledette lombari gli impedissero le faticacce indispensabili a questa professione.

Durante gli Internazionali, il maggior Gattologo italiano, Cavallo, mi aveva espresso sinceri dubbi sul sacro fuoco del nostro tennista prediletto. Cinque miliardi di lire, i guadagni della carriera, possono infatti esser più che sufficienti per uno slavo che ama, innanzitutto, la pesca e l' intimità familiare.

Mecir traccheggiava, giocava un paio di torneucci per scomparire, ritornava in gara poco allenato. A Parigi avrebbe tristemente perduto da Tim Wilkison, un americano buono solo sul duro.

Qui a Wimbledon, oggi, avrebbe attratto solo pochi nostalgici. Non c' è stata, infatti, partita. Stefan Edberg ha, del Gatto, non meno rispetto che paura. Ha quindi preso a darci dentro e Mecir, poveretto, è stato costretto a muoversi.

Con vivo disagio di vecchio discopatico, ho quindi visto che il mio compagno di sventura non riusciva a piegarsi, e addirittura non caricava la gamba destra: quella che, figurarsi, gli serve da perno per il mitico rovescio. Sul servizio, che non è mai stato il suo forte, Mecir era poi costretto a lanciar la palla molto in alto, per non caricare troppo il punctum dolens. Una pena, insomma. Affrontata, incredibilmente, con l' abituale sense of humor dall' ineffabile Gatto. Su un errore incredibile per uno col suo tocco, si sarebbe attardato a misurare, burlesco, l' altezza della rete.

Mecir seguirà forse il consiglio del professor Sanier, il chirurgo parigino che ha operato due volte Leconte. Mi sembra il minimo augurargli di ritornare all' efficienza di Henri, che ha tenuto duro per cinque set contro Antonisch.

Ma vorrei essere egoista, vorrei anche pregarlo di piantarla lì, se il bisturi del chirurgo non funziona appieno. Ci sono cronisti che si specializzano nei cosiddetti coccodrilli, nei necrologi. Se non è possibile riavere un Mecir in salute, tanto meglio ricordare come era ai tempi belli, rivederlo simile a Rosewall, a Nastase, a Mac.

Povero Mecir. Che pena